La qualità di una strategia territoriale dipende soprattutto dalla capacità di tradurla in decisioni, progetti e risultati. È questo il campo del change management: un processo organizzato che accompagna il passaggio dalla visione all’azione, costruendo obiettivi condivisi, responsabilità chiare, competenze adeguate e una gestione ritmata dei tempi. Gli agenti del cambiamento assumono quindi un ruolo centrale nel collegare il livello strategico con quello operativo, attivare le reti territoriali e governare le resistenze e le complessità connesse alle transizioni demografica, digitale e ambientale.
In questa prospettiva, la People Strategy riconosce nelle persone, nelle competenze e nelle relazioni le principali risorse per realizzare il cambiamento. Le università contribuiscono sia formando figure capaci di guidare i processi trasformativi, sia producendo conoscenze utili alle decisioni pubbliche. L’intervista a Gavino Mariotti, Rettore dell’Università degli Studi di Sassari, approfondisce questo ruolo anche alla luce dell’Accordo sottoscritto nel novembre 2025 tra Università, Comune di Alghero e Fondazione Bruno Kessler: una collaborazione che integra formazione, ricerca e change management per rendere concretamente attuabili le strategie di sviluppo territoriale.
Rettore Mariotti, nel contesto delle grandi trasformazioni in atto, quale ruolo possono svolgere le università nella formazione degli agenti del cambiamento per i territori?
Le università sono chiamate oggi a svolgere una funzione che va oltre la trasmissione del sapere: devono diventare luoghi in cui si formano agenti del cambiamento, ovvero figure capaci di leggere la complessità, interpretare le trasformazioni e agire nei contesti territoriali. Questo implica un’evoluzione dei modelli formativi, orientati non solo alle competenze tecniche, ma anche alle competenze trasversali, relazionali e sistemiche.
In questo scenario, la formazione universitaria deve integrare conoscenze disciplinari con capacità di problem solving, visione strategica e attitudine alla collaborazione. Gli agenti del cambiamento non operano in contesti semplici, ma in sistemi complessi che richiedono approcci interdisciplinari e capacità di connessione tra ambiti diversi.
Il ruolo dell’università è quindi quello di costruire percorsi formativi che preparino le persone a operare dentro le transizioni, non subirle. Questo significa anche avvicinare maggiormente gli studenti ai contesti reali, attraverso esperienze applicative, tirocini e progettualità territoriali.
Infine, la formazione degli agenti del cambiamento è strettamente connessa alla responsabilità sociale dell’università. Preparare queste figure significa contribuire direttamente allo sviluppo dei territori, rafforzandone la capacità di innovare, adattarsi e generare valore nel tempo.
Come si integra il ruolo formativo dell’università con la produzione di ricerca, in una logica di People Strategy e sviluppo territoriale?
Formazione e ricerca non sono ambiti separati, ma dimensioni profondamente integrate. La ricerca alimenta la qualità della formazione, mentre la formazione contribuisce a diffondere e applicare i risultati della ricerca nei contesti territoriali. In questo senso, l’università diventa un nodo centrale di un ecosistema della conoscenza.
All’interno della People Strategy, questa integrazione assume un valore ancora più rilevante. La persona non è solo destinataria della formazione, ma anche portatrice di competenze, relazioni e capacità generative. La ricerca consente di comprendere meglio i bisogni delle persone e dei territori, mentre la formazione traduce queste conoscenze in competenze operative.
Un elemento fondamentale è la capacità di orientare la ricerca verso l’impatto. Non si tratta solo di produrre conoscenza, ma di renderla utile e applicabile. Questo richiede un dialogo continuo con istituzioni, imprese e comunità locali, in modo da costruire percorsi di ricerca coerenti con le esigenze dei territori.
In questa prospettiva, l’università diventa un attore attivo dello sviluppo, capace di contribuire sia alla costruzione di conoscenza sia alla formazione delle competenze necessarie per tradurla in azione. È proprio questa integrazione che rende possibile un approccio realmente trasformativo.
Il protocollo siglato ad Alghero rappresenta un esempio concreto di questa integrazione. Qual è il valore di questa esperienza in termini di change management territoriale?
Il protocollo siglato ad Alghero rappresenta un passaggio strategico perché introduce un modello di collaborazione strutturata tra università, ricerca e istituzioni locali. Non si tratta di un accordo formale, ma di una piattaforma operativa orientata a generare cambiamento reale nei territori.
Dal punto di vista del change management, questo tipo di iniziative è fondamentale perché consente di accompagnare i processi di trasformazione, evitando che rimangano a livello teorico. Il cambiamento richiede infatti tempo, competenze e capacità di coordinamento tra attori diversi.
Un elemento distintivo è la costruzione di una visione condivisa. Il Manifesto di Alghero e il patto scientifico rappresentano strumenti che permettono di allineare obiettivi, linguaggi e priorità, riducendo le frammentazioni e aumentando l’efficacia delle azioni.
Infine, il valore di questa esperienza risiede nella sua replicabilità. Modelli di questo tipo possono essere adattati ad altri contesti, contribuendo a diffondere un approccio in cui università e ricerca diventano parte integrante dei processi di sviluppo territoriale e non elementi esterni.
Quali condizioni sono necessarie affinché gli agenti del cambiamento formati dalle università possano incidere realmente sull’attrattività e sullo sviluppo dei territori?
Affinché gli agenti del cambiamento possano incidere realmente, è necessario che operino all’interno di ecosistemi favorevoli. Le competenze individuali, per quanto rilevanti, non sono sufficienti se non sono supportate da contesti organizzativi e istituzionali aperti all’innovazione.
Un primo elemento riguarda la qualità delle reti. Gli agenti del cambiamento devono poter contare su relazioni solide tra università, imprese e istituzioni, che consentano di attivare processi collaborativi e di condividere conoscenze e risorse.
Un secondo elemento è rappresentato dalla capacità di tradurre le competenze in azione. Questo implica la presenza di spazi di sperimentazione, piattaforme operative e strumenti di governance che permettano di passare dalle idee ai progetti concreti.
Infine, è fondamentale la continuità. Lo sviluppo territoriale non è il risultato di interventi episodici, ma di processi di lungo periodo. In questo senso, il ruolo delle università è anche quello di garantire stabilità e accompagnamento, contribuendo a consolidare nel tempo competenze, relazioni e capacità di innovazione.

